Solo una parola può essere detta sulla nostra vita che ci dia felicità: Che essa non finirà mai, che è eterna!
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giovedì 30 maggio 2013
UNA MALATTIA NUOVA: LA MATERNITA’
UNA MALATTIA NUOVA: LA MATERNITA’
Oggi festeggiamo la vita. Il diritto alla vita. Ci vorrebbero decine di libri per dire tutte le cose sensate a difesa di questo elementare ma essenziale diritto dell’uomo. Io in queste poche righe cercherò di porre solo qualche domanda che rompa l’assordante silenzio che circonda questo tema essenziale per la nostra civile sopravvivenza. Da quando è stata approvata la legge 194/78 nella civile Italia sono stati commessi legalmente più di 5.000.000 di omicidi! Omicidi li chiamo perché tali sono gli aborti. Tutti commessi in strutture sanitarie attrezzate, disinfettate, da personale specializzato, ma sempre omicidi restano. La favola dell’autodeterminazione della donna si è scontrata contro la dura realtà: la legge parlava di aiutare le donne a non abortire si è invece trasformata in aiuto alle donne ad abortire. Doveva accogliersi e difendere la donna nel suo grande dramma della maternità si è invece abbandonata la donna nel dramma della solitudine (anche il maschio ha visto bene di non immischiarsi, e la legge gli ha permesso di deresponsabilizzarsi) di una scelta terribile. La legge non affermava che quel grumo di tessuti non fosse un essere umano – magari donna anch’esso – di fatto si è negato e si nega, per colpevole comodità o per un adeguamento al diktat intellettuale imperante, che lo sia. Quando inizia l’uomo ad essere uomo? Un grande comunista, Antonello Trombadori, già nel 1981 così scriveva: “Un materialista ateo, quale io penso di essere, giunge alla conclusione antiabortista perché non gli è consentito distinguere nel processo vitale l’inizio dalla conclusione – impossibile è l’inequivocabile fotofinish del decisivo passaggio di qualità e dei suoi tempi reali –“ cioè il passaggio da non uomo a uomo. È ormai innegabile che le leggi occidentali e orientali antiabortiste nate da una visione secolarista e libertina della sessualità, sex without children (sesso senza bambini), hanno confermato l’aborto come diritto assoluto delle donne, ma hanno così tradito la salute e la felicità delle “donne in carne e ossa” a favore di un’inesistente Donna. Sono, queste leggi, infine approdate al children without sex (bambini senza sesso) con l’aborto selettivo o eugenetico, anche e soprattutto in vitro, al posto della cura medica e della carità umana! Ma veniamo alla domanda di fondo: perché tanto silenzio, tanta incoscienza davanti ad un eccidio di proporzioni devastanti? Perché la maternità è diventata una “malattia” da curare e assoggettare ad innumerevoli esami (molti dei quali sono potenzialmenti letali per il feto)? Perché la maternità, che per l’essere umano è la più grande somiglianza con la potenza creatrice di Dio, è diventata fonte di angoscia? C’è la gara a trovare nuovi metodi per evitarla: pillola del giorno dopo, RU486, il pillolo per l’uomo … C’è a mio avviso il sempre mai sopito desiderio dell’uomo di “farsi come Dio”, il desiderio di onnipotenza e di autodeterminazione assoluta: ma dietro questo non c’è anche, e questo è un dubbio atroce, il vile denaro che da tutto ciò si ricava? Un ultima doverosa precisazione: io sono, e tutte le persone con cervello e cuore a posto so che lo sono, vicino alle donne – in carne e ossa – che affrontano la maternità con gioia, e a quelle che hanno dovuto vivere l’esperienza drammatica dell’aborto, spesso in solitudine e con profondo dolore: ne ho conosciuto diverse, e molte anche dopo tanti anni, ancora ne portano le cicatrici; sono, invece, radicalmente contro quella Donna frutto di vacui e intellettualistici progetti che questa pseudo società civile ha inventato e che, purtroppo, imperversa.
Antonello Tumminello
CRISI POLITICA E QUESTIONE MORALE (3)
CRISI POLITICA E QUESTIONE MORALE (3)
“Tengo famiglia”. Che sia famiglia naturale o famiglia partitico-elettorale poco importa. Sta di fatto che la politica è diventata un affare di famiglia. Davanti a tanto sfacelo – i fatti degli ultimi giorni ci danno un resoconto impietoso della situazione: chi si faceva paladino del “contro Roma ladrona” deve giustificare il latrocinio nel proprio partito a favore della propria famiglia – , sorge una domanda: che fare? È proprio tutto allo sfascio? Siamo ad un punto di non ritorno? Veramente non c’è alternativa? No! Ma occorre che i molti, che in questi decenni si sono rintanati o ritirati per disgusto (e a volte perché cacciati a forza) nelle cucce dorate e tranquille tornino ad uscire, tornino a far sentire la propria voce. Tornino a vivere alla luce del sole la giustizia e, per chi è cristiano, la fede nel Signore della giustizia. Tornino con la loro competenza ad occuparsi del bene pubblico. Sappiamo che chi come loro ama la giustizia non avrà come referente la famiglia – naturale o politica – pur lavorando per essa con dedizione e sacrificio, ma tutta l’umanità. Occorre che ognuno di noi ripristini in se stesso la legalità e la giustizia negli atti: fare il proprio dovere di cittadino, di lavoratore, di studente. Occorre che oltre indignarci, giustamente, per gli sprechi ed il malcostume di taluni privilegiati ci si indigni per i nostri comportamenti: gocce in confronto al mare di prevaricazione di taluni, ma il mare è fatto di gocce! Occorre riprenderci lo spazio della politica partecipando, non astenendoci, con passione e dedizione di sudore e di tempo. Occorre che si sostituisca al primato dell’avere a tutti i costi e dell’apparire sul palcoscenico mediatico o sociale il primato della vita reale, della vita buona, della vita vera. Torni il primato dei rapporti sociali e della solidarietà, di cui diamo grande prova nelle calamità che colpiscono la nostra terra, della giustizia nei confronti di tutti a prescindere dal ceto, dal colore della pelle o della religione. Torni il primato della comunità sull’individuo – nel rispetto sacro dell’individuo – nella certezza che l’individuo senza l’altro, senza la comunità non sopravvive. Torni il primato della verità sull’opinione, delle norme iscritte in noi e non sul nostro arbitrio. Occorre che la Ragione e il Cuore tornino a comandare nel nostro Io. Sembra un’impresa impossibile: ma un Dio è venuto tra noi ad aiutarci, basta volerlo al nostro fianco nella battaglia.
LIBERTA’ E’ PARTECIPAZIONE
LIBERTA’ E’ PARTECIPAZIONE
“La libertà non è star sopra un albero e neanche il volo di un moscone(?), la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione.” Così cantava Giorgio Gaber negli anni ’70. Anni in cui si partecipava a tante cose: si manifestava un giorno si e l’altro pure; si partecipava ad assemblee scolastiche, sindacali, politiche; si doveva poter dire “io c’ero!” Allora come oggi si viveva con l’insicurezza del futuro: l’inflazione era alle stelle, la disoccupazione pure. Soprattutto la mia generazione pensava di poter cambiare il mondo. il mondo è cambiato, se in meglio o in peggio lo lascio dire ad ognuno, ma siamo cambiati anche noi. Partecipare ha sicuramente cambiato me, se in meglio o in peggio io lo so ma non ve lo dico. C’è un assunto che non bisogna mai perdere di vista: “l’uomo si plasma, si costruisce, con le proprie azioni, con i fatti che deliberatamente pone in essere”. Fossimo fatti di puro spirito ci plasmerebbero le idee, ma siamo anche di carne e ciò che fa la carne plasma la carne stessa e lo spirito (pensate all’attività fisica!), e ciò che fa lo spirito plasma lo spirito e la carne (pensate ad una bella musica!). Partecipare, direbbe Gaber, è esercitare e godere della propria libertà, che tanto invochiamo a piè sospinto e che tanto poco esercitiamo. Partecipare attivamente alla vita politica e sociale della città, della propria regione, e della nazione, è esercitare la propria libertà, occorre pretenderlo! Dove noi non siamo altri decideranno per noi – e magari contro di noi -. Partecipare alle manifestazioni, ai convegni, alle fiaccolate per la liberazione degli ostaggi, alla via crucis, all’attività della parrocchia, dell’associazione di cui siamo soci, non aggiunge niente all’ente che la promuove ma educa la nostra vita: partecipare a cose buone educa alla vita buona; partecipare a cose cattive educa alla vita cattiva. Fare, partecipare, educa alla convivenza, all’accoglienza dell’altro anche se sconosciuto. Partecipare scaccia via la paura che abbiamo dell’estraneo diverso da noi, cementa l’appartenenza ad una comunità, ad un gruppo, ad un sodalizio, ad una famiglia, ad una Chiesa. Stare a casa davanti alla TV o allo schermo di un computer cementa l’appartenenza agli elettrodomestici. Partecipate gente, partecipate, e sarete più liberi e più giusti.
Antonello Tumminello
LA POVERTA’ CHE CI SPAVENTA
LA POVERTA’ CHE CI SPAVENTA
In TV, nei giornali, persino al market e al bar non si parla d’altro che di spread, bund, bot, indici di borsa e soprattutto di crescita. I paesi poveri del mondo (i quattro quinti dell’umanità) devono crescere; i paesi benestanti (il rimanente quinto dell’umanità) devono crescere. Ma fin dove? A spese di chi? E soprattutto: perché? Il nostro pianeta contiene risorse inesauribili? Quando sentiamo parlare di crescita zero o di decrescita ci sentiamo male. Diventeremo tutti poveri! Davanti alla crescita zero non sappiamo come reagire, non abbiamo i mezzi per comunicare, ormai ci dicono tutto i TG. Noi che abbiamo scambiato l’amore, per il coniuge, per i figli, con il mercato delle cose da non fargli mancare; il riposo con l’affanno da fine settimana; lo stare insieme a tavola parlando con il televisore anziché tra noi. Ma non ci basta come viviamo? Certo anche da noi i poveri ci sono eccome, ma ci sono anche tanti benestanti e tanti ricchi. Non è crescere che ci salverà: è ridistribuire. Occorrerebbe avere qualche cellulare di meno e magari tenerlo fino a che funziona – perché tanto dell’ultima versione useremo solo il 5% delle funzioni. Occorrerebbe avere meno automobili magari più piccole e usarle meno, ci guadagnerebbe la nostra salute e le nostre città non sarebbero immensi parcheggi maleodoranti. Potremmo parlare anche dell’abbigliamento che cambiamo alla velocità della luce (ci sono gli anni in cui devi indossare quel colore: l’anno del viola, del nero, del bianco; del capello con la cresta stile calciatore – 12 € a settimana per rifare la righetta rasata che fa tanto trendy –, del pantalone a vita bassa stile: guarda che indosso mutande firmate). Siamo schiavi della pubblicità e della moda: ogni anno si spendono 500 miliardi di euro in pubblicità, per vincere la fame nel mondo ne basterebbero 80…!) o delle tonnellate di cibo che finiscono giornalmente nella spazzatura. Tutto questo si potrebbe fare a crescita e consumo zero, e soprattutto a 0 euro! Si deve ricominciare a privilegiare il noi all’io; la civiltà alla barbarie dei nostri comportamenti; la civiltà della solidarietà alla barbarie dell’egoismo. Crescita zero vuol dire che l’uomo finalmente finirà di essere solo un consumatore di merci; che diventando o facendo come se fossimo più poveri ci sarebbero meno poveri veri, meno emarginati (perché i poveri non vanno visti, si da pure qualche spicciolo che ci stressa la tasca ma non li si guarda negli occhi). Mettiamoci l’anima in pace: la crescita zero sarà sempre più probabile, perché i 5 miliardi di uomini che vivono in povertà totale non continueranno in eterno a subire. Non lasceranno ancora per molto che i loro bambini muoiano di fame o per banali malattie da noi curabilissime (uno ogni 6 secondi!). In Africa e in Asia non accetteranno ancora per molto di lavorare 12 ore al giorno per noi occidentali e per una ciotola di riso. Non possiamo, non lo dico io ma tanti, troppi, enti e scienziati, permetterci questa crescita e questo stile di vita. Non se lo può permettere il pianeta e con buona pace di coloro che in questi anni hanno accumulato una fortuna commerciando non grano o riso ma solo denaro virtuale, e che ora chiedono la ripresa della crescita, tutto questo finirà! Altrimenti: extraterrestre … portaci via!
Don Antonello Tumminello
DI QUA E DI LA SI SENTE ….VOTARE ALLEGRAMENTE
DI QUA E DI LA SI SENTE ….VOTARE ALLEGRAMENTE
Ciao Gesù, come vedi, e come sapevamo, nessuno dei politici e dei comici (ti lascio la libertà di riempire le caselle coi nomi) ha fatto tesoro delle tue proposte. In effetti alcune Tue proposte sono un po’ bislacche: dare ciò che si ha ai poveri, porgere l’altra guancia, perdonare chi ti odia,. Ma anche alcune cose più semplici sembra non abbiano molto appeal: non rubare, dare il giusto stipendio all’operaio, non desiderare la donna e la roba di altri, onorare il padre e la madre, non far del male ai bambini e alle donne, essere umili, soccorrere chi è nel bisogno, sfamare gli affamati, dissetare gli assetati, vestire gli ignudi, visitare i malati e i carcerati. Come già saprai è tempo di elezioni di qua e di la del Tevere. Ma mentre di la si vota perché chi governa ha testa e cuore (del resto è il tuo vicario!) e riconosce con umiltà che è ora di lasciare il posto a chi è più in forze; di qua, senza testa e senza cuore, con molta vanità si pensa di essere la panacea del Paese e eternamente indispensabili. Altra differenza è che di la sono solo 116 votanti e il Tuo Spirito Santo ha molto impegno sostanziale e poco numerico; di qua essendo milioni di votanti ha poco impegno sostanziale, le teste sono vuote, e molto numerico. E' proprio il caso di pregare tuo Padre: che Dio ce la mandi buona in tutti e due i casi (ma visto che c’entri Tu confido sicuramente nell'oltre Tevere). Buon fine settimana e convinci Tu gli indecisi, gli scettici e gli sfiduciati ad andare a votare, comunque e chiunque gli ispiri fiducia secondo quanto credono... ma che votino e nel frattempo preghino per l’Italia!
P.S.) Onde evitarvi un viaggio inutile vi ricordo che si vota solo per il Parlamento Italiano, e si vota sotto casa. Per il Conclave che eleggerà il Pontefice aspettate di essere convocati, e nel frattempo pregate per il Papa, per la Chiesa, per il Mondo!
d.antonello tumminello
GIOVANI! RIPRENDETEVI IL FUTURO
GIOVANI! RIPRENDETEVI IL FUTURO (2)
Questi scenari catastrofici, economici, politici, sociali, assistenziali e ambientali vogliono trasmettere un messaggio rivolto ai giovani per avvertirli che il futuro è morto, non c’è più, non si facciano illusioni, la pacchia è finita, come il petrolio e l’acqua. La divulgazione di queste ipotesi scientifiche (?) che documentano la verità di questi apocalittici scenari non ha mai una finalità educativa, ma è spesso punitiva e moralistica. Manca, infatti, l’indicazione alla soluzione. Se lo scenario del futuro è questo, è indispensabile informare correttamente queste generazioni dei rischi e con loro definire e inventare un nuovo modo di vivere nel mondo, costruendo una civiltà, generata dalla cogestione con tutti i popoli, compatibile e tenendo sotto controllo la tecnologia che pensi ai diritti dei figli, dei nipoti e pronipoti. È quasi del tutto assente il tentativo di reclutare in questa guerra gli ideali dei giovani, quasi che non ne avessero, la loro capacità di sperare, la loro voglia di cambiare. È assente il bisogno di riparare l’affronto di consegnare (noi giovani di 50 anni) a loro un pianeta e una società ridotte ad un simile stato. Ci manca la volontà di educare e formare i nuovi terrestri a non violentare l’ambiente (fisico e morale) che gli permette la vita. Occorre educare che esiste un tempo futuro i cui potrà realizzarsi il loro progetto e sarà possibile sviluppare la loro creatività e l’amore, che sono i requisiti per essere sereni e laboriosi. Occorre educare che ci sarà un futuro, il loro, nel quale si alleneranno ad imparare uno sport, un mestiere, e nel frattempo godere dell’amicizia, dell’amore, dell’avventura, del viaggio, del rischio.
don Antonello Tumminello
GIOVANI! RIPRENDETEVI IL FUTURO
GIOVANI! RIPRENDETEVI IL FUTURO
I grandi sociologi sembrano concordare sul fatto che siamo ormai all’agonia della nostra cultura e del nostro modello organizzativo. I moderni profeti della catastrofe scelgono come esempi raccapriccianti ma convincenti gli stili di vita della gioventù moderna, le sue mode, la sua evidente e patetica incapacità di affrontare il futuro. Noi adulti (genitori, educatori, operatori sociali, politici) siamo convinti che viviamo in una società nella quale i legami si siano attenuati oltre la tolleranza. Può darsi, anche io ne ero e ne sono convinto, ma pare anche che non diamo alcun peso all’evidenza contraria e cioè che i legami familiari, amicali, di gruppo, culturali e corporativi hanno raggiunto una appiccicosità pericolosa. I vincoli più prossimi hanno sovrastato e cancellato il vincolo con la Patria, la Chiesa, la Società, il Bene comune. È più facile e più comune che le persone si sentano legate al dialetto piuttosto che all’italiano; si difende il proprio territorio contro qualsiasi bene comune ( non si può fare un buco che subito sorge il comitato “anti buco” anche se servirebbe al bene comune). Forse hanno ragione loro ma non si può non notare che questo è l’esito di una società caratterizzata da legami stretti. È la tenace vischiosità del vincolo col padre e con la madre, il principale fattore di rischio per i giovani d’oggi. I giovani sono sequestrati per più di trenta anni in un legame che posticipa la possibilità di fare famiglia e figli. E questo è frutto di una squallida operazione di marketing che vuole indurre i giovani alla rassegnazione: che sono condannati ad essere la prima generazione destinata a vivere la fine del mondo. Tutto questo perché noi e le generazioni precedenti abbiamo scaricato sulle loro spalle il peso di un debito pubblico immane che costringe a ridurre la spesa per i servizi, la scuola, la sanità. Descriviamo come impensabile che loro – i giovani – possano vivere del medesimo benessere goduto dalle generazioni precedenti. Contro i giovani c’è una campagna pubblicitaria che li invita a rassegnarsi, alla prospettiva di costi di affitti inaccessibili, contratti di lavoro solo precari, zero pensioni. Meno natura, tutto sarà inquinato, scompariranno i boschi e le foreste, i ghiacciai si sciolgono e l’acqua del mare sommergerà le nostre città. Gli uomini non domineranno più, saranno le macchine e diventeremo loro schiavi. Nuovi virus letali si stanno sviluppando in laboratorio. Questi scenari apocalittici vengono da tempo proposti ai nostri giovani. Ed è vero che siamo colpevoli di aver manipolato ed alterato la Natura e i suoi equilibri, e ne subiamo le conseguenze … Ma i giovani delle statistiche non sono “tutti” i giovani, più di qualcuno pensa – e vive di conseguenza – che non accadrà una catastrofe simile e sta elaborando una cultura alternativa a quella dello spreco e della corruzione. Anche se non ci crediamo avviene. (Prosegue)
Questi scenari catastrofici, economici, politici, sociali, assistenziali e ambientali vogliono trasmettere un messaggio rivolto ai giovani per avvertirli che il futuro è morto, non c’è più, non si facciano illusioni, la pacchia è finita, come il petrolio e l’acqua. La divulgazione di queste ipotesi scientifiche (?) che documentano la verità di questi apocalittici scenari non ha mai una finalità educativa, ma è spesso punitiva e moralistica. Manca, infatti, l’indicazione alla soluzione. Se lo scenario del futuro è questo, è indispensabile informare correttamente queste generazioni dei rischi e con loro definire e inventare un nuovo modo di vivere nel mondo, costruendo una civiltà, generata dalla cogestione con tutti i popoli, compatibile e tenendo sotto controllo la tecnologia che pensi ai diritti dei figli, dei nipoti e pronipoti. È quasi del tutto assente il tentativo di reclutare in questa guerra gli ideali dei giovani, quasi che non ne avessero, la loro capacità di sperare, la loro voglia di cambiare. È assente il bisogno di riparare l’affronto di consegnare (noi giovani di 50 anni) a loro un pianeta e una società ridotte ad un simile stato. Ci manca la volontà di educare e formare i nuovi terrestri a non violentare l’ambiente (fisico e morale) che gli permette la vita.
don Antonello Tumminello
venerdì 1 giugno 2012
CORVI, DISASTRI, SCOMMESSE E STUPORE
È stata una settimana difficile per tutti: maggiordomi papali arrestati come ladri (?), terremoti e vittime causate da ingegneri improvvidi di capannoni industriali (?), ragazzi fortunati che guadagnano cifre spropositate tirando calci ad un pallone che arrotondano il loro pingue reddito con falsi risultati (?). C’è sicuramente da stupirsi. Ma non per i fatti in se: ma che ci si stupisca! Ci stupiamo che coltiviamo una società fatta di competizione e di bengodi. Ci stupiamo che coltiviamo una società fatta di privilegi: avete mai preso un caffè in un locale in cui c’era un “titolato” o un calciatore o una soubrette? Avete visto come lo si trattava? Sicuramente non come voi. È ovvio per certi versi (… in Italia!) che sia così, ma non possiamo renderlo sistema. Altrimenti generiamo, anche in noi – ma soprattutto nei giovani, mostri che pur di avere quei privilegi fanno qualsiasi cosa, e i fatti di questi mesi (o anni?) ne sono la triste conferma. Occorre ripensarci, tirare il freno, guardare avanti tenendo presente il passato e cosa potrebbe succedere. In tutti i campi occorre recuperare sobrietà, anche nella mia e vostra Chiesa. Occorre sobrietà nel linguaggio e nei comportamenti. Bisogna tornare al linguaggio e al comportamento evangelico ben sapendo che il campo di Dio sarà, comunque e purtroppo, sempre infestato dalla zizzania dai corvi e dai malfattori, di coloro che si sentono signori della vita e artefici della storia. Non ce ne stupiamo: è un campo pieno di uomini come noi. Chi se ne stupisce è un extraterrestre. Recuperare la consapevolezza che da soli – neanche i più intelligenti – non ce la possiamo fare è l’unica salvezza, che nessuno: il Papa, i Vescovi, i preti o i santi potranno farcela. Solo Cristo ce la farà. Recuperare che Dio si è fatto uomo per questo unico motivo è l’annuncio della fede che la Chiesa (così com’è umana, è piena di corvi e zizzania), sostenuta dall’Amore di Dio e di Cristo, continua a fare all’uomo. Nella Chiesa – nel mondo – ci sono santi e sante per lo più sconosciuti che accolgono questo amore e anche per questo Dio continua ad occuparsi del mondo. “Non avere paura piccolo gregge io ho vinto il mondo”. Per questa promessa, e per la testimonianza di questi santi, io non ho paura e non mi stupisco più!
Antonello
giovedì 22 marzo 2012
domenica 18 marzo 2012
PERCHE’ TIRARE FUORI LA TESTA DAL SACCO!
La società plurale nella quale i cattolici sono oggi chiamati a vivere implica la necessità di un confronto a 360° con tutti i soggetti in campo, teso ad individuare i beni comuni sia spirituali che materiali e le politiche adeguate a promuoverli, i cattolici non devono rassegnarsi all’irrilevanza come cattolici. Al contrario, proprio perché la rappresentanza cattolica non è più garantita da un unico partito, – e io dico fortunatamente – ai fedeli laici è richiesto di concorrere al bene comune rendendo così pubblicamente ragione della fecondità sociale della propria fede: “ pronti a rendere ragione della speranza che è in voi” (1Pt 3,15). E questo ha delle conseguenze decisive per i contenuti e il metodo dell’impegno politico. In pratica, operando in partiti diversi, i laici cattolici dovranno praticare il principio del distinguere nell’unito. Non dovranno perdere, nell’elaborazione e nell’attuazione dei programmi, il senso comune di appartenenza ecclesiale e mostrare la necessità dell’unità nelle questioni non negoziabili. Per il cristiano questo impegno civile, soprattutto quello politico, altro non è che il prolungamento, fatte le debite distinzioni, della logica della testimonianza intesa come lavoro pratico per il bene comune. Se si testimoniano in ogni ambito dell’esistenza, compreso quello sociale e politico, le proprie convinzioni, non si lede il diritto di nessuno. Scopo dell’azione politica, soprattutto per il cristiano, non è realizzare la società perfetta, che sarebbe una mostruosa presunzione, ma contribuire con realismo alla ricerca di un compromesso civile. (Angelo Scola, Buone ragioni per la vita in comune, Milano 2010. “Essere sobri ed attuare ciò che è possibile, e non reclamare con il cuore in fiamme l’impossibile, è sempre stato difficile; la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale. Il grido che reclama le grandi cose ha la vibrazione del moralismo: limitarsi al possibile sembra invece una rinuncia alla passione morale, sembra pragmatismo da meschini. Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole con cui ci si fa gioco del’umanità dell’uomo e delle sue possibilità. Non è morale il moralismo dell’avventura, che tende a realizzare da sé le cose di Dio. Lo è invece la lealtà che accetta le misure dell’uomo e compie, entro queste misure, l’opera dell’uomo. Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica”. (Ratzinger J., Chiesa, ecumenismo e politica, San Paolo, 1987, 144). “Il fedele laico è chiamato a individuare, nelle concrete situazioni politiche, i passi realisticamente possibili per dare attuazione ai principi e ai valori morali propri della vita sociale.” Compendio della dottrina sociale della Chiesa, n. 568. “Le istanze della fede cristiana difficilmente sono rintracciabili in un'unica collocazione politica: pretendere che un partito o uno schieramento politico corrispondano completamente alle esigenze della fede e della vita cristiana ingenera pericolosi equivoci.” Compendio della dottrina sociale della Chiesa, n. 573.
SE DIO E’ BUONO, PERCHE’ IL MALE? PERCHE’ AUSCHWITZ?
Questa è lo stralcio di una risposta ad una lettera di un mio studente che, tra le altre cose, addebita alla presenza del male il suo ateismo: “ … è meglio non credere in Dio, perché altrimenti si dovrebbe pure ammettere che egli è un sadico e odia l’umanità.” Innanzitutto mi meraviglio che tu partecipi alle mie lezioni di religione pur dichiarandoti ateo convinto. Forse in te vi è dell’altro, almeno la domanda se non esista poi qualcosa che sia Dio. Vorrei dirti che anche per me la domanda circa il dolore nel mondo, circa la terribile infelicità che – causata dall’uomo o dalla natura – regna in questa terra è sempre problematica. Si è detto: “dopo Auschwitz non sarà più possibile credere in Dio”, non ritengo vera questa affermazione ma credo che sia seria di fronte alla disperazione. Ma se si è atei è per caso più facile superare questa disperazione? O non si rende invece definitivo il male? Se ci si sente solidali con quanti sono morti nelle camere a gas, nei gulag sovietici, nelle stragi in Vietnam, in Cambogia, nei disastri naturali anche recenti, non è forse doveroso, anche se con fatica, ammettere che esiste realmente un Dio di amore in cui tutte queste sofferenze trovino pienezza di significato? Se Dio è Dio è infinitamente più grande del male della terra, è certamente inconcepibile per noi questa coesistenza con Dio ma non vi è contraddizione, perché nella sua pienezza di vita, di amore e di significato dà soluzione e significato al male del mondo. Per l’ateo il male non ha senso, è invincibile. Non è più vero che c’è stato e c’è tutto questo male proprio perché chi lo compie vive come se Dio non esistesse? Chi crede che esiste un Dio santo, giusto, amoroso, potente, è in grado di comprendere questo problema del dolore, certo non lo risolve. L’ateo che fa? È costretto ad accontentarsi dell’assurdità di questo mondo. Anche tu, come gli atei telegenici, dipingi il cristianesimo come un analgesico buono per gli sfortunati. Ma tu hai qualcosa di migliore da offrire loro? Tu puoi dire, con una vena di disprezzo, che chi crede si consola con la speranza del paradiso perché è incapace di venirne fuori con le proprie forze. Tu sei giovane, stai bene, hai tutto, non soffri! Ma coloro che il dolore lo vivono devono abbandonarsi alla disperazione oppure credere in Dio come soluzione al loro problema? Tu interpreti le tue esperienze negative come argomenti contro Dio, ma delle tue esperienze di felicità, di realizzazione, di pienezza, non ne hai mai fatto argomento a favore della sua esistenza. Il male è la prova contro Dio, il bene – che c’è dentro e fuori di te – una cosa scontata e ovvia. Un po’ di luce è immensamente superiore alle tenebre, anche se sembrano immense.
Questa mia risposta non è esauriente (forse un po’ aggressiva, ma mi conosci ..!) ad un problema immenso, ma credo e spero che col dialogo lo approfondiremo.
Questa mia risposta non è esauriente (forse un po’ aggressiva, ma mi conosci ..!) ad un problema immenso, ma credo e spero che col dialogo lo approfondiremo.
LIBERTA' E' PARTECIPAZIONE
LIBERTA’ E’ PARTECIPAZIONE
“La libertà non è star sopra un albero e neanche il volo di un moscone(?), la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione.” Così cantava Giorgio Gaber negli anni ’70. Anni in cui si partecipava a tante cose: si manifestava un giorno si e l’altro pure; si partecipava ad assemblee scolastiche, sindacali, politiche; si doveva poter dire “io c’ero!” Allora come oggi si viveva con l’insicurezza del futuro: l’inflazione era alle stelle, la disoccupazione pure. Soprattutto la mia generazione pensava di poter cambiare il mondo. il mondo è cambiato, se in meglio o in peggio lo lascio dire ad ognuno, ma siamo cambiati anche noi. Partecipare ha sicuramente cambiato me, se in meglio o in peggio io lo so ma non ve lo dico. C’è un assunto che non bisogna mai perdere di vista: “l’uomo si plasma, si costruisce, con le proprie azioni, con i fatti che deliberatamente pone in essere”. Fossimo fatti di puro spirito ci plasmerebbero le idee, ma siamo anche di carne e ciò che fa la carne plasma la carne stessa e lo spirito (pensate all’attività fisica!), e ciò che fa lo spirito plasma lo spirito e la carne (pensate ad una bella musica!). Partecipare, direbbe Gaber, è esercitare e godere della propria libertà, che tanto invochiamo a piè sospinto e che tanto poco esercitiamo. Partecipare attivamente alla vita politica e sociale della città, della propria regione, e della nazione, è esercitare la propria libertà, occorre pretenderlo! Dove noi non siamo altri decideranno per noi – e magari contro di noi -. Partecipare alle manifestazioni, ai convegni, alle fiaccolate per la liberazione degli ostaggi, alla via crucis, all’attività della parrocchia, dell’associazione di cui siamo soci, non aggiunge niente all’ente che la promuove ma educa la nostra vita: partecipare a cose buone educa alla vita buona; partecipare a cose cattive educa alla vita cattiva. Fare, partecipare, educa alla convivenza, all’accoglienza dell’altro anche se sconosciuto. Partecipare scaccia via la paura che abbiamo dell’estraneo diverso da noi, cementa l’appartenenza ad una comunità, ad un gruppo, ad un sodalizio, ad una famiglia, ad una Chiesa. Stare a casa davanti alla TV o allo schermo di un computer cementa l’appartenenza agli elettrodomestici. Partecipate gente, partecipate, e sarete più liberi e più giusti.
“La libertà non è star sopra un albero e neanche il volo di un moscone(?), la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione.” Così cantava Giorgio Gaber negli anni ’70. Anni in cui si partecipava a tante cose: si manifestava un giorno si e l’altro pure; si partecipava ad assemblee scolastiche, sindacali, politiche; si doveva poter dire “io c’ero!” Allora come oggi si viveva con l’insicurezza del futuro: l’inflazione era alle stelle, la disoccupazione pure. Soprattutto la mia generazione pensava di poter cambiare il mondo. il mondo è cambiato, se in meglio o in peggio lo lascio dire ad ognuno, ma siamo cambiati anche noi. Partecipare ha sicuramente cambiato me, se in meglio o in peggio io lo so ma non ve lo dico. C’è un assunto che non bisogna mai perdere di vista: “l’uomo si plasma, si costruisce, con le proprie azioni, con i fatti che deliberatamente pone in essere”. Fossimo fatti di puro spirito ci plasmerebbero le idee, ma siamo anche di carne e ciò che fa la carne plasma la carne stessa e lo spirito (pensate all’attività fisica!), e ciò che fa lo spirito plasma lo spirito e la carne (pensate ad una bella musica!). Partecipare, direbbe Gaber, è esercitare e godere della propria libertà, che tanto invochiamo a piè sospinto e che tanto poco esercitiamo. Partecipare attivamente alla vita politica e sociale della città, della propria regione, e della nazione, è esercitare la propria libertà, occorre pretenderlo! Dove noi non siamo altri decideranno per noi – e magari contro di noi -. Partecipare alle manifestazioni, ai convegni, alle fiaccolate per la liberazione degli ostaggi, alla via crucis, all’attività della parrocchia, dell’associazione di cui siamo soci, non aggiunge niente all’ente che la promuove ma educa la nostra vita: partecipare a cose buone educa alla vita buona; partecipare a cose cattive educa alla vita cattiva. Fare, partecipare, educa alla convivenza, all’accoglienza dell’altro anche se sconosciuto. Partecipare scaccia via la paura che abbiamo dell’estraneo diverso da noi, cementa l’appartenenza ad una comunità, ad un gruppo, ad un sodalizio, ad una famiglia, ad una Chiesa. Stare a casa davanti alla TV o allo schermo di un computer cementa l’appartenenza agli elettrodomestici. Partecipate gente, partecipate, e sarete più liberi e più giusti.
sabato 18 febbraio 2012
Luigi Giussani: a 7 anni dalla scomparsa di un profeta.
È venuto a Maddalena per diversi anni a trascorrere le vacanze estive. Apprezzava la nostra terra di Sardegna e tutto quanto da lei veniva. Ho avuto il piacere di cucinare per lui tanti pasti – a Cagliari – (adorava i carciofi crudi e il pesce) e di stare con lui tanto tempo. Ma soprattutto da lui ho imparato la fede: ho imparato che la fede, come l’amore, non è un sentimento. È un dono coltivato e custodito perché possa crescere. Ho incontrato il Giuss (così lo si amava chiamare) 40 anni fa. Quell’incontro è stato l’incontro con Cristo risorto e presente nel mondo perché don Giuss non presentava se stesso, manifestava ciò che lo costituiva: Cristo. Oggi ricordo colui che - non solo per me – mi ha insegnato a dire si al Mistero della presenza di Cristo. Mi ha insegnato che la fede, riconoscere Cristo vivo in mezzo a noi, come amava dire, coinvolge totalmente la vita, l’intelligenza e il cuore. Mi ha insegnato la fede, mi ha insegnato che la fede vale più dei nostri progetti, degli interessi, del concetto che abbiamo di noi stessi o che gli altri hanno di noi. Io l’ho visto vivere così. In tanti lo abbiamo visto vivere così, per questo abbiamo imparato. Si impara solo ciò che si vede e di cui si fa esperienza. Per lui l’incontro con Cristo significava corrispondere a Cristo. La corrispondenza fra il suo cuore e il concretissimo corpo di Gesù di Nazareth. Nella sua compagnia ho sentito che il cuore tornava ad essere mio. Seguendolo ho imparato a vivere come uomo ed ho imparato che Cristo è la risposta vera alla mia umanità perciò seguendolo sono diventato uomo vero. Solo questa consapevolezza ci permetterà di continuare la sua opera, e quella di tanti altri testimoni della fede. Senza una fede così matura e libera dai nostri condizionamenti niente nascerà di libertà e verità intorno a noi. Antonello
venerdì 20 gennaio 2012
UNA SANTA CATTOLICA E APOSTOLICA CHIESA

In questa “settimana di preghiera per l’unità dei cristiani” vi propongo uno stralcio della lettera che Max Josef Metzger, sacerdote cattolico tedesco ghigliottinato dai nazisti nel 1945 per la sua attività per la pace, scrisse a Pio XII. M. J. Metzger fu un’instancabile fautore della riconciliazione tra le Chiese cristiane. Nel 2006 si è aperto il processo per la sua beatificazione. Oggi come allora il mondo è scosso da infinite guerre e da una crisi etica ed economica che non sembra avere soluzione. Oggi come allora occorrerebbe che tutti i cristiani, uniti nell’unica Chiesa di Cristo, alzassero la loro voce per dire che solo Umiltà e Carità vincono tutto. “ Chi segue l’evoluzione intraecclesiale delle comunità da noi separate, ammetterà anche la seguente constatazione: le differenze dogmatiche – certamente serie ed importanti – al giorno d’oggi non rivestono più il ruolo di impedimento principale alla riunificazione. Il contrasto molto più forte riguarda, invece, le prese di posizione sul piano psicologico; queste, però, non possono essere affatto giudicate e messe in contrapposizione come “verità”, da una parte, ed “errore”, dall’altra, poiché si tratta spesso di tensioni antitetiche che, tutte quante, hanno un loro diritto all’esistenza nell’universo dell’Una Catholica. Alcuni esempi: Dio o uomo? Cristo o Chiesa? Scrittura o Tradizione? Grazia o ascesi? Legge o Libertà? Diritto o carità? Morale o coscienza? Cristianesimo dei sacramenti o Cristianesimo dello Spirito? Le reali differenze riguardano perciò molto più fortemente opinioni di scuole teologiche e questioni di disciplina ecclesiastica che non questioni di fede rivelata in rapporto alla quale la Chiesa, come colonna e fondamento della verità (1Tm 3,15), non sarebbe in grado di fare concessioni. Indubbiamente nel discutere di questi problemi c’è bisogno di molta umiltà e più ancora di bontà e carità disposte a comprendere, per non restare rigidamente ancorati alle opinioni personali e allo svolgimento dei fatti storici, che, se forse lusingano sentimenti troppo umani, nello Spirito Santo sono ad ogni modo capaci, o persino bisognosi, di revisione. Il momento attuale sembra forse il meno indicato per avviare a soluzione il problema della riunificazione dei cristiani. Pare davvero che la guerra abbia messo da parte ogni interesse umano. Eppure, a mio avviso, questa constatazione non è del tutto giusta. Infatti, è proprio l’esperienza della sventurata guerra che suscita in moltissime persone la volontà di uno sforzo straordinario per la salvezza del genere umano, per vincere l’apparente incapacità del Cristianesimo di influire sugli avvenimenti del mondo. solo quando la guerra avrà gettato i popoli della terra in una miseria sconfinata, il mondo intero attenderà una grande parola di Salvezza. Solo nella fede si potrà tentare quanto allora sarà necessario. I tentativi a metà e senza coraggio saranno condannati al naufragio.” M. J. Metzger “La mia vita per la pace”.
Sembra scritta ieri!
sabato 14 gennaio 2012
FARE TUTTO PER TE
Siamo a cavallo dei due anni. Potrei abbandonarmi alla prassi solita e diffusa di fare bilanci e profezie ( gli uni sempre parziali e le altre disattese). Certo, abbiamo motivi per bilanci negativi e positivi nella nostra vita personale e sociale (inutile fare l’elenco di quelli negativi che, anche a Maddalena, abbiamo sotto gli occhi); abbiamo motivi, speranze e previsioni sul nostro futuro. Ma abbiamo certezze? Tutti , anche coloro che si possono permettere di vivere “sopra le righe”, viviamo con la sensazione che qualcosa di negativo – ma cosa?- succederà. Alcuni dicono che le risposte arriveranno dalle profezie Maia, di Nostradamus, dagli oroscopi … Si, forse qualche risposta ci verrà data ma francamente non credo da queste. Una risposta è possibile ma dipenderà solo da noi, forse un sussulto di orgoglio, di fede, di carità e di speranza. Ho detto che non facevo profezie e non le faccio. Vi offro una pagina del diario di un giovane prete, don Giò, scritta pochi giorni prima della sua morte a 28 anni mentre giocava in oratorio con i suoi ragazzi.
“Troppo poco. Mi sembra troppo poco che tutto ciò che io debba fare sia mettere acqua nelle giare e starmene a guardare che Tu faccia il resto. Troppo poco vedere il miracolo e riconoscere la tua gloria. Troppo poco? Troppo poco lasciarsi amare da te e dire agli altri che Tu mi hai amato?
Sono io troppo presuntuoso. Capiscimi, Signore: non voglio portarti via il posto … Non voglio essere io né a far miracoli, né a salvare il mondo, né a dare gloria piena agli uomini.
Ma vorrei poter fare qualcosa di più per te. Vincere i miei timori, la mia pigrizia, le mie paure, e fare tutto per te, e mai più per me. Vorrei, ma mi scontro ogni giorno con la mia fatica. E non lotto abbastanza, mi arrendo troppo in fretta! Aiutami e sostienimi.
Non voglio fare grandi promesse o prendermi chissà quale impegno, uscendo da questi esercizi. So che non li manterrei. Esprimo solo l’intenzione in questo momento di recuperare sempre più passione e fedeltà agli impegni che già come sacerdote sono chiamato a vivere: il dono di te all’altro. Devo essere tutto a tutti.
Quando il mio progetto non va a buon fine mi chiedo: perché?
Pensare che Dio può avere un progetto diverso è un messaggio di speranza,
anche nell’oggi, per me.”
Sono questi i miei migliori auguri di buon anno. Antonello Tumminello
( i testi in corsivo sono tratti dal diario di: Giovanni Bertocchi, Io sono un sogno di Dio)
Siamo a cavallo dei due anni. Potrei abbandonarmi alla prassi solita e diffusa di fare bilanci e profezie ( gli uni sempre parziali e le altre disattese). Certo, abbiamo motivi per bilanci negativi e positivi nella nostra vita personale e sociale (inutile fare l’elenco di quelli negativi che, anche a Maddalena, abbiamo sotto gli occhi); abbiamo motivi, speranze e previsioni sul nostro futuro. Ma abbiamo certezze? Tutti , anche coloro che si possono permettere di vivere “sopra le righe”, viviamo con la sensazione che qualcosa di negativo – ma cosa?- succederà. Alcuni dicono che le risposte arriveranno dalle profezie Maia, di Nostradamus, dagli oroscopi … Si, forse qualche risposta ci verrà data ma francamente non credo da queste. Una risposta è possibile ma dipenderà solo da noi, forse un sussulto di orgoglio, di fede, di carità e di speranza. Ho detto che non facevo profezie e non le faccio. Vi offro una pagina del diario di un giovane prete, don Giò, scritta pochi giorni prima della sua morte a 28 anni mentre giocava in oratorio con i suoi ragazzi.
“Troppo poco. Mi sembra troppo poco che tutto ciò che io debba fare sia mettere acqua nelle giare e starmene a guardare che Tu faccia il resto. Troppo poco vedere il miracolo e riconoscere la tua gloria. Troppo poco? Troppo poco lasciarsi amare da te e dire agli altri che Tu mi hai amato?
Sono io troppo presuntuoso. Capiscimi, Signore: non voglio portarti via il posto … Non voglio essere io né a far miracoli, né a salvare il mondo, né a dare gloria piena agli uomini.
Ma vorrei poter fare qualcosa di più per te. Vincere i miei timori, la mia pigrizia, le mie paure, e fare tutto per te, e mai più per me. Vorrei, ma mi scontro ogni giorno con la mia fatica. E non lotto abbastanza, mi arrendo troppo in fretta! Aiutami e sostienimi.
Non voglio fare grandi promesse o prendermi chissà quale impegno, uscendo da questi esercizi. So che non li manterrei. Esprimo solo l’intenzione in questo momento di recuperare sempre più passione e fedeltà agli impegni che già come sacerdote sono chiamato a vivere: il dono di te all’altro. Devo essere tutto a tutti.
Quando il mio progetto non va a buon fine mi chiedo: perché?
Pensare che Dio può avere un progetto diverso è un messaggio di speranza,
anche nell’oggi, per me.”
Sono questi i miei migliori auguri di buon anno. Antonello Tumminello
( i testi in corsivo sono tratti dal diario di: Giovanni Bertocchi, Io sono un sogno di Dio)
SIAMO I MAGI
SIAMO I MAGI
Partirono all’avventura, come un tempo Abramo, senza sapere dove andare. E ciò che doveva accadere accadde; la stella, la piccola stella si nascose e i Magi restarono soli, per strada, lontani dalla loro patria, lontani dalla meta del loro viaggio. Altri sarebbero tornati indietro, ma la fede che ardeva nel loro cuore non lo permetteva. Partirono come un tempo Abramo, senza sapere dove andare. Questo cammino non conosceva che un’unica direzione: in avanti.
Rinnegare la stella sarebbe stato un grosso peso per la loro coscienza; grazie ad essa avevano riconosciuto l’appello di Dio, avevano cominciato a rispondervi, non potevano diventare più come gli altri magi, quelli che erano rimasti nella loro terra e che non avevano voluto affrontare il rischio.
Ormai erano segnati, dovevano continuare sempre più in alto. Continuarono il viaggio senza la stella in una terra sconosciuta. Continuarono il loro viaggio verso Gerusalemme consultando i libri sacri. Per altri quelle indicazioni non dicevano nulla, una luce in mezzo ad altre luci (come oggi per le strade). Erano stati i soli a seguire la Stella apparsa nel lontano oriente, furono i soli a beneficiare delle indicazioni profetiche circa Betlemme, perché solo i cuori dei puri e dei semplici sono illuminati da Dio.
La loro storia è la nostra storia. È la storia del credente che risponde alla chiamata di Dio, che gli giunge in mezzo alla confusione del mondo e che, nonostante le notti dello Spirito che deve attraversare, persevera nel suo cammino. Dio spesso si nasconde e raramente si svela a quelli che vuole chiamare al suo servizio, giusto quel tanto per spingerli a un primo passo che potranno proseguire, come i Magi, nell’oscurità, nella fedeltà e nella fede, fino all’incontro faccia a faccia con un Bambino.
Ringraziamo Dio perché ha ascoltato le nostre preghiere e ha fatto si che i dipendenti della mensa della scuola sottufficiali non abbiano perso il lavoro. Continuiamo a pregare per i lavoratori della Enermar e della Valtur… che anche loro abbiano giustizia e lavoro.
Perché Dio può tutto: L’amore fa miracoli! Basta crederci: E noi ci crediamo!
BUONA MANIFESTAZIONE DEL SIGNORE
Antonello Tumminello
Partirono all’avventura, come un tempo Abramo, senza sapere dove andare. E ciò che doveva accadere accadde; la stella, la piccola stella si nascose e i Magi restarono soli, per strada, lontani dalla loro patria, lontani dalla meta del loro viaggio. Altri sarebbero tornati indietro, ma la fede che ardeva nel loro cuore non lo permetteva. Partirono come un tempo Abramo, senza sapere dove andare. Questo cammino non conosceva che un’unica direzione: in avanti.
Rinnegare la stella sarebbe stato un grosso peso per la loro coscienza; grazie ad essa avevano riconosciuto l’appello di Dio, avevano cominciato a rispondervi, non potevano diventare più come gli altri magi, quelli che erano rimasti nella loro terra e che non avevano voluto affrontare il rischio.
Ormai erano segnati, dovevano continuare sempre più in alto. Continuarono il viaggio senza la stella in una terra sconosciuta. Continuarono il loro viaggio verso Gerusalemme consultando i libri sacri. Per altri quelle indicazioni non dicevano nulla, una luce in mezzo ad altre luci (come oggi per le strade). Erano stati i soli a seguire la Stella apparsa nel lontano oriente, furono i soli a beneficiare delle indicazioni profetiche circa Betlemme, perché solo i cuori dei puri e dei semplici sono illuminati da Dio.
La loro storia è la nostra storia. È la storia del credente che risponde alla chiamata di Dio, che gli giunge in mezzo alla confusione del mondo e che, nonostante le notti dello Spirito che deve attraversare, persevera nel suo cammino. Dio spesso si nasconde e raramente si svela a quelli che vuole chiamare al suo servizio, giusto quel tanto per spingerli a un primo passo che potranno proseguire, come i Magi, nell’oscurità, nella fedeltà e nella fede, fino all’incontro faccia a faccia con un Bambino.
Ringraziamo Dio perché ha ascoltato le nostre preghiere e ha fatto si che i dipendenti della mensa della scuola sottufficiali non abbiano perso il lavoro. Continuiamo a pregare per i lavoratori della Enermar e della Valtur… che anche loro abbiano giustizia e lavoro.
Perché Dio può tutto: L’amore fa miracoli! Basta crederci: E noi ci crediamo!
BUONA MANIFESTAZIONE DEL SIGNORE
Antonello Tumminello
domenica 26 giugno 2011
NON è LA MORTE DI CRISTO CHE CI SALVA
Gesù non è incappato nella morte. aveva capito che lo avrebbero eliminato, ed ha elaborato questo rifiuto e lo ha inserito nel progetto del Padre. accetta di morire per la nostra salvezza. rimane, accetta e fa suo il progetto del Padre, questa è la nostra salvezza! aderire pienamente alla volontà del Padre e non morire in croce materialmente, è la nostra salvezza " sia fatta non la mia ma la tua volontà".
mercoledì 13 gennaio 2010
La solitudine “in Cristo”
Ti darò ciò che tu desideri: Ti condurrò nella solitudine. Ti guiderò nella via che tu non potrai capire, perché voglio sia la più rapida.
E perciò tutte le cose che ti circondano sorgeranno in armi contro di te per rinnegarti, ferirti, darti dolore e perciò ridurti alla solitudine.
A causa della loro inimicizia tu sarai presto solo. Ti respingeranno, ti abbandoneranno e ti rifiuteranno. E allora sarai tutto solo.
Ogni cosa che ti toccherà ti brucerà, e allora ritrarrai la mano con dolore, sinché ti sarai allontanato da tutte le cose. E allora sarai tutto solo.
Ogni cosa desiderabile ti scotterà, ti segnerà col marchio a fuoco e tu fuggirai da lei in pena, per essere solo. Ogni gioia creata verrà a te soltanto come pena, e tu morirai alla gioia e rimarrai solo. Tutti i beni che gli altri amano, desiderano e cercano verranno a te, ma soltanto come assassini per tagliarti dal mondo e dalle sue occupazioni.
Sarai lodato, e sarà come essere bruciato al rogo. Sarai amato, e questo ti spezzerà il cuore e ti spingerà nel deserto.
Avrai doni, ed essi ti schiacceranno sotto il loro peso.
Avrai i piaceri della preghiera, ed essi ti nausereranno e tu li fuggirai.
E dopo che sarai stato un poco lodato e un poco amato, lo ti priverò di tutti i doni e di tutto l'amore e di tutta la lode e tu sarai completamente dimenticato e abbandonato e sarai un nulla, una cosa morta, un relitto. E in quel giorno comincerai a possedere la solitudine che hai tanto a lungo desiderato. E la tua solitudine porterà frutti immensi nelle anime di uomini che non vedrai mai sulla terra.
Non chiedermi quando ciò avverrà, né dove, né come: su una montagna o in una prigione, in un deserto o in un campo di concentramento, in un ospedale o al Getzemani. Questo non ha importanza. E quindi non chiedermelo perché non ti risponderò. Non lo saprai sino a quando non sarà giunto il momento.
Ma gusterai la vera solitudine della mia angoscia e della mia povertà e ti guiderò sulle vette della mia gioia e tu morirai in Me e troverai tutte le cose nella Mia misericordia che ti ha creato per questo fine e ti ha portato da Prades alle Bermude, a St.Antonin, a Oakhal, a Londra, a Cambridge, a Roma, a New York, a Columbia, al Corpus Christi, al San Bonaventura, all'Abbazia cistercense degli uomini poveri che faticano nel Getsemani!
Affinché tu possa diventare il fratello di Dio e impa¬rare a conoscere il Cristo degli uomini ardenti.
Thomas Merton
(da «La Montagna dalle sette balze»)
Ti darò ciò che tu desideri: Ti condurrò nella solitudine. Ti guiderò nella via che tu non potrai capire, perché voglio sia la più rapida.
E perciò tutte le cose che ti circondano sorgeranno in armi contro di te per rinnegarti, ferirti, darti dolore e perciò ridurti alla solitudine.
A causa della loro inimicizia tu sarai presto solo. Ti respingeranno, ti abbandoneranno e ti rifiuteranno. E allora sarai tutto solo.
Ogni cosa che ti toccherà ti brucerà, e allora ritrarrai la mano con dolore, sinché ti sarai allontanato da tutte le cose. E allora sarai tutto solo.
Ogni cosa desiderabile ti scotterà, ti segnerà col marchio a fuoco e tu fuggirai da lei in pena, per essere solo. Ogni gioia creata verrà a te soltanto come pena, e tu morirai alla gioia e rimarrai solo. Tutti i beni che gli altri amano, desiderano e cercano verranno a te, ma soltanto come assassini per tagliarti dal mondo e dalle sue occupazioni.
Sarai lodato, e sarà come essere bruciato al rogo. Sarai amato, e questo ti spezzerà il cuore e ti spingerà nel deserto.
Avrai doni, ed essi ti schiacceranno sotto il loro peso.
Avrai i piaceri della preghiera, ed essi ti nausereranno e tu li fuggirai.
E dopo che sarai stato un poco lodato e un poco amato, lo ti priverò di tutti i doni e di tutto l'amore e di tutta la lode e tu sarai completamente dimenticato e abbandonato e sarai un nulla, una cosa morta, un relitto. E in quel giorno comincerai a possedere la solitudine che hai tanto a lungo desiderato. E la tua solitudine porterà frutti immensi nelle anime di uomini che non vedrai mai sulla terra.
Non chiedermi quando ciò avverrà, né dove, né come: su una montagna o in una prigione, in un deserto o in un campo di concentramento, in un ospedale o al Getzemani. Questo non ha importanza. E quindi non chiedermelo perché non ti risponderò. Non lo saprai sino a quando non sarà giunto il momento.
Ma gusterai la vera solitudine della mia angoscia e della mia povertà e ti guiderò sulle vette della mia gioia e tu morirai in Me e troverai tutte le cose nella Mia misericordia che ti ha creato per questo fine e ti ha portato da Prades alle Bermude, a St.Antonin, a Oakhal, a Londra, a Cambridge, a Roma, a New York, a Columbia, al Corpus Christi, al San Bonaventura, all'Abbazia cistercense degli uomini poveri che faticano nel Getsemani!
Affinché tu possa diventare il fratello di Dio e impa¬rare a conoscere il Cristo degli uomini ardenti.
Thomas Merton
(da «La Montagna dalle sette balze»)
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